Nessuno strumento da tasto come il clavicordo è inesorabile e rigoroso riguardo la produzione di un suono che sia al contempo armonioso, duraturo e godibile. 

Non so se risieda in questo la ragione per cui sia stato per secoli utilizzato quale eccellente strumento per la didattica. Il fatto è che mentre nell’organo e nel clavicembalo è sufficiente muovere la leva del tasto perché avvenga in modo oggettivo la produzione del suono, nel clavicordo se non sei costantemente concentrato su ogni nota, imponendoti il rispetto di tutta una serie di accortezze legate essenzialmente al peso, al rilassamento del corpo e delle braccia, alla posizione delle dita e al punto in cui queste colpiscono il tasto, rischi di produrre un pessimo suono, insufficiente e privo di dinamica. Secondo la mia personale esperienza di esecutore è certamente corretto affrontare il problema a partire dalla conoscenza del meccanismo di produzione del suono di uno strumento tanto elementare quanto raffinato.

Prima di tutto consideriamo che tra i parametri chiamati in causa ai fini della esatta determinazione dell’altezza della nota vi è il punto di tangenza. La tecnologia dello strumento è tale che solamente la sezione di corda che va da questo punto di tangenza al ponticello vibrerà causando il suono corrispondente. La conseguenza più diretta è che la corda vibra finché la tangente è a contatto con la corda stessa. 

In questo senso il dito “sente” la corda, la sua tensione e la sua vibrazione e nel momento stesso in cui la tangente si separa dalla corda, questa smette di vibrare.

La produzione di un bel suono dipende innanzi tutto da quanto la tangente rimane unita alla corda in modo da conferire ad essa l’energia cinetica sviluppata dal peso del braccio e dalla velocità con cui questa raggiunge la corda. Perché la corda venga sollecitata in questo modo è necessario che questa venga sollevata di un po’ dalla tangente rispetto al suo livello allo stato di riposo.

Il peso che il dito deve vincere per sollevare la corda dipende dalla tensione della corda stessa la quale è anche responsabile della sensazione tattile che l’esecutore percepisce. Da questo si comprende quanto sia rilevante il diagramma delle tensioni per un buon clavicordo. Sono piuttosto certo che tale parametro rappresenti almeno il 90% della riuscita di uno strumento e il punto di partenza per la sua progettazione. Risuonano eloquenti allora le considerazioni di C. Ph. E. Bach quando afferma che il corretto punto d’equilibrio è dato da una corda sufficientemente tesa per sostenere la forza di attacco della tangente senza perdere l’intonazione ma nel contempo sufficientemente lenta perché possa produrre suono se carezzata. 

Più la corda è tesa infatti è più è necessario colpirla velocemente e con forza perché possa produrre suono. Di conseguenza nel caso del clavicordo non può essere considerato valido il principio secondo cui la corda deve essere portata vicino al punto di rottura.

Un errore frequente commesso da chi si accosta per la prima volta a questo strumento è quando la tangente invece di sollevare la corda rimane appena al di sotto del suo livello allo stato di riposo. In questo caso la vibrazione della corda lambisce il profilo della tangente producendo in suono stridulo simile a un fastidioso “bzz”. E’ un pericolo che è sempre “dietro l’angolo” e che rischia di mandare in rovina l’intera esecuzione. Infine segnalo un ulteriore aspetto di distinzione del clavicordo. La sua tastiera non ha un vero fine corsa o, per meglio dire, il fine corsa è dato dalla corda stessa posta a una certa tensione. 

Non esiste un punto d’arrivo esattamente definito da un meccanismo di arresto meccanicamente determinato, ma la corsa termina entro un range limitato determinato dalla tensione della corda che le si oppone. Ecco dunque un altro aspetto che dimostra quanto rilevante sia la tensione delle corde perché un clavicordo sia un buon clavicordo.

Chiariti questi aspetti direttamente connessi con la tecnologia dello strumento risulta evidente come una buona tecnica esecutiva non possa prescindere da una gestione consapevole del peso di spalle, braccia e dita. Bisogna cioè evitare di tenere il peso fuori della tastiera tentando di suonare solo con le dita (come si fa con il clavicembalo) perché altrimenti non riusciremmo a produrre un buon suono. Insomma il clavicordo non è un clavicembalo di ripiego ma un vero e proprio strumento a se stante che necessita di una tecnica esecutiva specifica su cui non mancherò di ritornare.

Noleggio Strumenti a Tastiera Roma – Clavicordi di Michele Chiaramida